Nuvole, John Ford e il potere della camera oscura

21 03 2009

Per questo post nuvoloso e ventoso consiglio:

[consiglio musicale Ying: NUVOLE BIANCHE di Ludovico Einaudi]

[consiglio musicale Yang: CLOUDS di Patrice]

Chi mi conosce, ormai, sa della mia passione fotografica per le nuvole. Qualcuno dice che sono troppo invadenti nelle mie fotografie, altri le apprezzano, altri le detestano. Ma, insomma, e’ innegabile che ci siano e siano molto presenti. Le trovo affascinanti perchè, alla stregua di una più o meno folta capigliatura, diano un preciso carattere al cielo e a quello che si trova al di sotto. Una cornice, insomma.

Ma restando su un terreno prettamente fotografico, devo dire che sono sempre stato affascinato dai cieli dei western di John Ford. Avete presente quelle lunghe distese delle praterie americane? O la Monument Valley nella quale gli indiani comunicavano tra loro con i famosi segnali di fumo che, dopo un po’, si confondevano proprio con quelle magnifiche, immense nuvole bianche? Che spettacolo.

La fotografia di scena di John Ford fece scuola anche per quello. Per la profondità degli scenari e per le nuvole.

Ho fatto alcune foto al mare oggi. E riflettevo, rivedendole poco fa al computer, che basta poco (simulando un filtro rosso su una analogica e fingendosi in una camera oscura) per cambiare radicalmente il feeling di una situazione. Ecco la stessa foto con due trattamenti diversi:

 

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Sicuramente due atmosfere diverse. Quanto potere ha quindi un fotografo! E che meraviglia è una camera oscura (ancorchè digitale, sia chiaro). Ma allora la fotografia non è solo la registrazione di un attimo reale. E’ anche un mezzo per esprimere un umore? Chissà.

Intanto penso – e sorrido – al Club dei Contemplatori di Nuvole (Clouds Appreciation Society). Esiste davvero, giuro. Il loro motto, che sposo, è:

“La vita sarebbe decisamente più povera senza cirrocumuli”

Buon fine settimana a tutti,

Antonio

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“Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima”

5 03 2009

[con questo post si ascolta: BEYOND THE CLOUDS e, subito dopo, per svegliarsi un po’, A CLOUD’S MEDITATION degli Hungry Giant]

Il fotografo che vi consiglio oggi si chiama André Kertész, fantastico fotografo ungherese “di strada”, nato nel 1894 e morto a NY nel 1985. Sorvolo i dettagli biografici (che comunque, data la storia, vi invito a leggere su Wikipedia).

Shadows (Kertesz)

Shadows (Kertesz)

Perchè mi piace? Kertesz dichiarava di essere nato fotografo, già quando, a sei anni, rovistando nella soffitta dello zio, trovò per caso un cumulo di vecchie riviste illustrate con fotografie (e stiamo parlando del 1900). Da allora si mise a comporre d’istinto fotografie immaginarie che un giorno avrebbe fermato con la fotocamera. E ben presto lo fece…

Lasciò l’Ungheria e si trasferì a New York ma le cose non andarono bene. Molte porte gli vennero chiuse in faccia anche se il suo stile cresceva e, in un certo senso, anche la sua fama (divenne molto amico di Cartier Bresson). Tendeva ad una certa depressione e spesso esagerava ed esasperava le sue disgrazie e moritifcazioni.

Era un maestro della fotografia che doveva accontentarsi, come un artista di strada, di poche briciole di notorietà, delle monetine lasciate cadere nella sua tazza da passanti ignari  e indifferenti al suo talento. Fotografava molto i ciechi; ne era affascinato come tanti suoi colleghi (Diane Arbus, Paul Strand, etc). Aveva uno sguardo acuto, melodico, sottile, umano eppure veniva trattato, appunto, come un cieco.

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Chairs of Paris (Kertesz)

Quello che mi piace così tanto di lui, ciò che lo rende…come dire…”strano”, “singolare”, forse unico, è la sensazione che le sue foto diventarono immagini di ricordi ma erano iniziate come profezie, rappresentazioni oggettive del suo stesso destino.
Anche quando era un giovane uomo pieno di entusiasmo, una parte di lui vedeva le cose come se a osservarle fosse un se’ più anziano e più triste.
Ecco, è questo. E’ come se avesse coltivato una vena malinconica sin da bambino. Un bambino che portava dentro delle nuvole che gli facevano compagnia e che desiderava fotografare.
Approfondite la sua conoscenza. Non ve ne pentirete. E renderete giustizia ad un cieco con uno sguardo vivo.
“Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima”. L’ha detto Cartier Bresson.  Piuttosto…tutto, secondo me, tutto quello che Kertész ha fotografato…l’ha immaginato prima.
Antonio
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Il blog in una nuvola (di parole)

9 10 2008

Bellissima applicazione. Le nuvole di Wordlet.

Anche se è nato (rinato) da pochi giorni, ho racchiuso le parole più significative del mio blog in una nuvola. Visto che stiamo parlando di cartografia originale, ultimamente, mi sembra una mappa semantica di ragionamenti alla rinfusa.

Bella: