Tra due ore ho un volo che mi riporterà in Europa. Sono contento e soddisfatto. E’ andata molto bene qui e sono felice di rientrare.
Helloween in Georgetown
Ieri sera ho vissuto un vero spaccato di vita americana, avendo avuto la fortuna di trascorrere Halloween con degli amici a Georgetown (un quartiere molto carino e vivace di Washington, città altrimenti non proprio colorata).
Adesso devo correre, perche’ non ho ancora preparato la borsa ma vi lascio con alcune foto che spero vi diano il senso della serata. Ho davvero capito che e’ una festa fortemente radicata nelle tradizioni americane (quasi a cementare il rapporto con la loro cultura prevalentemente nordeuropea).
Chissà da quanto sta aspettando quel bambino...
Le case di mattoncini rossi vengono letteralmente ricoperte di ragnatele e mostri di varia foggia e dimensione, migliaia di zucche vengono comprate in finte farms (dove, giuro, mi dicono che queste zucche NON vengono coltivate ma solo appoggiate a terra per dare l’impressione che lo siano e far vivere cosi’ una vera tradizione di acquisto in campagna….), i supermercati vengono svaligiati di tutte le caramelle. Occorre fare scorta per tutti i bambini che verranno a bussare…
L’ho vissuto da entrambi i lati. In compagnia di alcuni bambini dei miei amici, per strada, chiedendo caramelle o minacciando uno scherzetto (nel mio caso, una fotografia, vestito da Freddy Kruger!) e, dopo, in casa, aprendo la porta e trovandomi mostri vari e famelici di dolci….
Ho provato a spalancare la porta e anticipare il mostriciattolo chiedendo a lui “Scherzetto o dolcetto”. E’ stato bellissimo vedere la sua faccia spiazzata…
“But..but…ehm…I don’t know…I’m supposed to say that….”
Antonio
PS ed ora vi lascio con un po’ di musica. Mi piace scoprirne di nuova quando viaggio. Questo è un gruppo che non conoscevo e che ho ascoltato tanto qui. Si chiamano Sister Hazel. Buon ascolto
Non sono nuovo qui negli USA. Li conosco abbastanza bene, per più di una ragione.
Ma ogni volta che capito da queste parti è sempre affascinante girovagare per le strade di una qualunque città, assorbire nuovi stimoli, osservare la gente, indugiare nelle icone e provare anche a formulare nuove opinioni.
Restando nei clichè, anche questa volta – e forse piu’ del solito – non posso fare a meno di pensare che questa è una società basata sul “pain killing”. L’eliminazione del dolore, del sintomo, piuttosto che sulla cura.
Il dibattito sulla riforma dell’allucinante sistema sanitario americano sta toccando il cuore dell’impianto dei valori. Polarizza la gente come poche altre volte è successo nella loro storia.
E mi fa vedere con occhi diversi gli enormi, smisurati, scaffali dei supermercati dedicati ai prodotti farmaceutici da banco che annientano il dolor, i pain killers o pain reliefers. Tylenol, etc… per intenderci.
L’americano medio ne consuma a vagonate. Hai mal di testa? Pain Relief. Hai mal di denti? Applica uno stick per il pain relief e passerà “entro 5 minuti!”. Nei hai davvero tanto? Tylenol extra strong, lo fa passare anche ad un elefante. Uccidi il dolore! Annientalo!
Che non ti venga in mente di andare dal medico altrimenti sono dolori!
E poi è una cultura che, caso forse unico al mondo, ha dato una dignità – per così dire – etica alla guerra. Esistono guerre sbagliate, ma ne esistono anche di giuste, anzi di (sacro)sante. Basta guardare la tv o sfogliare i quotidiani per accorgersi che è tutto un War on Terrorism, War on Drugs, Crusade against Famine e così via.
Non possiamo giudicare. Non siamo ne’ migliori, ne’ peggiori. In fondo gli Stati Uniti sono un’espressione della nostra cultura millenaria che è pregna di violenza. L’abbiamo digerita e metabolizzata. Qui non ancora completamente.
Ma allo stesso tempo, camminare per le strade di Washington (dove viene ricordato a tutti che chi “comanda”, in fondo, abita una cosa non sua) e fermarsi davanti al Memorial di Jefferson…dove intorno alla sua statua sono incisi nel marmo brani della più bella Costituzione mai scritta….o entrare nella Libreria del Congresso e leggere i manoscritti di Washington o Lincoln… beh…amici miei….non so voi….ma io mi emoziono ancora pensando che tutto è cominciato lì. Con quelle semplici parole “We, the People of the United States….”
Adesso i miei pensieri e riflessioni sono leggermente ammorbiditi da un ottimo Cabernet Sauvignon di Sonora e quindi vi rimando ad altre chiaccherate.
Anzi, vi lascio con alcune immagini e suggestioni di qualche passeggiata nel tempo libero. Ne seguiranno altre.
(post scritto a bordo dell’aereo – si ascolta con FLY ME TO THE MOON – versione acustica dell’Atlantic Five Jazz Band)
24 ottobre 2009
11505 metri d’altitudine
2013 km a destinazione
5721 km volati sino ad ora
velocità 780 km/h
Da qualche parte in volo sul Canada
Se scattassi una foto, in questo istante, su questa verticale, chissà che vita vedrei. Forse solo natura. Non vedo nulla, solo nuvole.
Ecco, c’e’ un momento in ogni mio viaggio in aereo che si ripete come un rito pagano da celebrare obbligatoriamente. E che vivo con l’ingenuità di un bambino. E’ quando si oltrepassano le nuvole.
Resto sempre a bocca aperta. E, pensando a tutti i viaggi che ho fatto, ai posti che ho visto nei quattro (anzi tre, me ne manca uno…) angoli della terra, alla gente che ho incrociato…beh…mi sento sollevato. Mi piace ancora soprendermi nell’apprezzare una cosa tanto semplice come guardare fuori dal finestrino di un aereo e trovarmi…oltre le nuvole.
Rende ogni viaggio, anche d’affari (ma anche “affari miei”) un’esperienza intima ed unica.
Intorno a me, in questo momento, stanno quasi tutti dormendo o vedendo film. Avrei voglia di scuoterli e chiedere loro come possono preferire…Transformers 2…a questo spettacolo!
(dopo 5 minuti)
Coincidenze della vita. Apro la prima pagina del libro che ho deciso di cominciare e leggo questa citazione:
“Tutto sommato, nel mondo esistono soltanto due categorie di uomini, quelli che se ne stanno a casa e quelli che non ci stanno mai. Questi ultimi sono i più interessanti” (Ruyard Kipling, The Honourable Visitors)
Ve lo ricorderete, forse (o, meglio, se lo ricorderà chi mi segue da prima del trasferimento qui su WordPress). Leonard era un tassista che conoscemmo a Cape Town qualche anno fa. Una persona umile, molto molto umile, ma estremamente colta e, soprattutto, curiosa. Dote che rende affascinante una persona…
Si informava sulla “nostra” Europa, sulla “nostra” Italia, incrociando le informazioni in suo possesso e le sue (ottime) letture in proposito. Si mise a disposizione per ogni necessità. Divenne un moderno Virgilio che traduceva una società nuova e contraddittoria, dandocene delle inaspettate chiavi di lettura.
Aveva un sogno. Raggiungere la sua “fidanzata” in Irlanda…Ne era molto innamorato ma il visto era proibitivo per lui, nonostante la nuova aria in Sud Africa. Ma non si è mai arreso…
Qualche giorno fa ricevo una mail
“Hello Antonio, do you remember me? I was your driver in Cape Town. I finally made it. I live in Dublin with my girlfriend. I’m very very happy”
Non ci potevo credere…Esistono ancora i lieti fine… Ce l’ha fatta. Ha avuto la costanza di crederci e ce l’ha fatta
“Hi Leonard! I’m so happy for you! (…) Are you still driving a taxi? Are you happy Leonard?”
re:”No, but I’ll pass an exam at the end of this month. Wish me luck. yes, Antonio, I’m very very happy. Finally”
Punto
Antonio
e ora, se permettete, questa canzone la dedico a lui ed alla sua fidanzata:
Ipod sempre con me quando mi muovo e quindi anche in viaggio. Negli anni ho accumulato diversi ipod (e, prima, walkmen e cassette varie). E’ sempre stato un mio pallino fare, all’inizio di ogni mese, una playlist tematica con la musica che preferisco ascoltare in quel periodo. Ovviamente lo stesso vale per ogni viaggio.
Le scorse playlist di musica che sostenga, alimenti, invogli un viaggio – o che semplicemente sia bella da ascoltare – sono state sempre accolte con divertimento. Quindi continuiamo…
Metto l’ipod in modalita’ shuffle e vediamo cosa tira fuori…
Josh Turner, Would You Go With Me. Molto molto bella. Un bel country che dedico a chi si mette in viaggio, a chi ama le nuvole e chi cerca un lieto fine. Il video e’ tenero…
Due canzoni di Amos Lee: Night Train (per apparenti motivi) e Southern Girl (perchè l’immagine iniziale della strada che comincia a muoversi sotto i piedi è magnifica)
Qualsiasi canzone di Keith Urban è splendida per qualunque viaggio:
Ora un po’ di nostalgia con i Creedence Clearwater Revival. Long As I Can See the Light, per salutare al momento della partenza. Forse senza ritorno. Struggente e intensa:
E questa. Mi piace particolarmente e mi ricorda un bellissimo film, Elzabethtown, E’ My Father Gun di Elton John. Da brividi la scena del viaggio in auto attraverso gli Stati Uniti, seguendo e ascoltando un percorso musicale attraverso luoghi e ricordi… Per chi piace abbinare ricordi a canzoni.
Amo tutto di Jackson Browne. E ovviamente anche questa sua recente Going Down to Cuba (per non indulgere nei suoi classisi ovviamente…)
Bene, per ora è tutto. Ne avete da ascoltare…
Buon divertimento, buon viaggio
A
PS AGGIORNAMENTO.
Flashback
Due canzoni di Lyle Lovett.
La prima, This Old Porch, l’ascoltai tanti anni fa, in Canada, proprio sulla veranda (porch) di un’amica che credo stia (anche se faticosamente) leggendo quetso blog. Sta combattendo una battaglia molto brutta e le sono ogni giorno vicino… Questa è per lei:
Dopo qualche giorno, invece, arrivò quest’altra…
…e rimase incastrata tra le mie dita sulla chitarra….
Non credo nella magia, ma credo nella magia di alcuni luoghi.
Non credo nella magia dei viaggi, ma credo nei viaggi nei quali si avverte magia.
Anni fa ho vissuto a Creta. Alcuni di voi mi seguono sin da quei tempi. I tempi dello sperduto villaggio di Petrokefalo, per intenderci. Poche case per ancor meno anime (55, in diminuzione) ed una collocazione non certamente…centrale nell’isola…
Ma era il mio villagio e ci stavo benissimo.
Scoprii un luogo magico un giorno. Alla base di una collina isolata (che sovrastava una vallata di olivi magnifici) c’era un unico albero con, ai suoi piedi, una sedia di paglia. Giuro, una sola sedia appoggiata al tronco del solo albero. Sempre vuota.
Seguendo un sentiero in salita, si cominciava a scorgere – da lontano – una chiesetta bianchissima, proprio in cima alla collina. Scarpinata niente male.
Ma una volta arrivati lassù…beh…avreste dovuto esserci. Vento fortissimo, totale solitudine, chiesetta linda ma sempre sempre sempre deserta. Ma le candele sottili erano sempre accese…
Ebbene, divenne il mio luogo magico. Una sorta di rifugio dove far decantare lo stress e “parlare” al vento (più di quello che già faccio abitualmente).
Ricordo che una volta persi il parasole di un obiettivo. Me ne accorsi la sera, a casa. Tornai lassù, senza in realtà cercarlo, e lo trovai, ripulito, posato proprio dentro la chiesetta, in bella vista. Non ho mai saputo chi fosse passato da quelle parti e sono certo di non averlo perso lì dentro…. Strano
Vi ho detto che si viaggia in tanti modi diversi. In luoghi lontani, dietro l’angolo, nelle memorie, nei sogni di altri e nei libri. Si viaggia per diletto, per curiosità, per sfida, per noia, per emulazione, per egosimo, per riempire un vuoto.
Questo blog mi è servito a capire l’essenza del viaggio e condividerla con voi. Sono certo che sia servito più a me che a voi (che in fondo vi sarete annoiati a viaggiare nelle mie memorie e nei miei racconti, ma tant’è…).
Ultimamente ho fatto il viaggio dei viaggi: quello che si compie dentro se stessi. Un periodo nuvoloso che ha suggerito un approccio aperto ad un viaggio introspettivo. Sono partito come se dovessi partire per un normale viaggio: con mente aperta e curiosa, senza aspettarmi niente ed augurandomi di imparare qualcosa.
Credo di aver toccato il termine di quel viaggio e di essere ritornato in superficie. Ho mappato la strada ed ho lasciato tante briciole per ritornare al punto di partenza. Per non perdermi. Ho fatto foto con la mente e scritto gli errori commessi. Ho saldato i conti in sospeso e ne ho riaperti altri. Insomma, ho tracciato una strada.
Ed ora si riparte. Ci sono tanti viaggi da fare; sicuramente non saranno intensi come quest’ultimo ma…ne vedrete delle belle.
Nel 1923 il grande fotografo Stieglitz terminò ed espose una sua ricerca sulle nuvole che chiamò “Equivalent”, termine che per Stieglitz significa “equivalenti alla mia visione di vita” ovvero “Il caos del mondo e la sua relazione con questo caos”.
Tra pochi giorni avroò l’onore ed il piacere di partecipare, anche per questa edizione, al Festival della Letteratura di Viaggio a Roma, presso la magnifica sede di Villa Celimontana.
Saraà l’occasione di segnalare il vincitore del nostro contest e di chiaccherare con Carlo Infante (il creatore del geoblog) ad Anna Maspero (la blogger di A come Avventura) su temi legati ad Internet e viaggi, geolocalizzazione, social network e nuove tendenze.
Ultimamente mi stanno riproponendo la domanda sul senso di un blog sui viaggi e, soprattutto, sulla…’frenesia’, sull’urgenza, di voler scriverer quasi in tempo reale il proprio vissuto errante.
La classica domanda da un milione di dollari che esige qualche ragionamento serio e, forse, noioso. Perchè lo devo anche a me stesso. E perchè deve esserci qualcosa oltre la semplice vanità e ricerca di consenso immediato. Sì, ci deve essere altro…
Leggendo, in questi giorni, gli “Esercizi di Viaggio” di Ettore Sottsass, grande architetto e sensibilissimo viaggiatore, ho rafforzato la convinzione che si possa viaggiare in innumerevoli modi diversi.
Conosco chi viaggia nelle proprie memorie, chi nella propria stanza, chi nella propria solitudine, chi dietro l’angolo di casa sua, chi nel traffico quotidiano, chi nei libri. Ma c’è anche chi viaggia in luoghi sconosciuti, dentro paesaggi, memorie e visioni che non sono le sue, che non lo riguardano, che non gli appartengono.
Credo che la curiosità che spinge a viaggiare oltre i confini delle proprie memorie e della propria fantasia sia alimentata da un’inquietudine di fondo che spinge a cercare ai quattro angoli del mondo qualcosa. A cercare nelle storie e nei luoghi altrui l’ombra di se stessi… Non mi spingo fino a dire che si cerca se stessi, perchè sarei pretestuoso, mi limito ad un’ombra. Ad una breve intuizione del funzionamento del mondo. Il satori…
Ci si mette in discussione e si apre il cuore e la mente, pronti ad accettare le meraviglie della porta accanto o i disastri di paesi lontani e dimenticati, capendo che quello è il mondo e la vita che sarebbe potuta essere la tua ma non lo è stata. E ci si domanderà che cos’è realmente il mondo, questo piccolo campo di gioco che ci vede affannarci dalla mattina alla sera.
E alla fine, anche se non avremo trovato la risposta…quelle domande che ci saremo posti e la curiosità che ci ha spinto per strada (o anche solo la strada della memoria o di una fantasia di carta) ci avrà regalato un bel viaggio. Il ritorno, forse, coinciderà con l’andata. E si capirà che alla fine….tutto torna. I conti tornano sempre…
Perchè scriverlo? Perchè voler condividere istantaneamente la bellezza del mondo o il dolore delle tragedie degli uomini che lo stanno distruggendo? Perchè è vero che spesso si viaggia da soli ma è altrettanto vero che a volte è bello anche viaggiare in compagnia (virtuale, in questo caso) e rimandare ad altri la sensazione di poter essere in viaggio anche se confinati in una stanza.
Non sono un bacchettone ne’ un inguaribile romantico. So bene che molti storcono il naso davanti alle innovazioni tecnologiche che ci consentono di dire, mostrare, parlare immediatamente con la Rete mentre si viaggia. So anche, però, che la storia mondiale delle esplorazioni e dei viaggi è stata da sempre alimentata dai tentativi di migliorare il modo di viaggiare e di raccontare. Un viaggio assumeva realtà nel momento in cui poteva essere dimostrato, raccontato (anche per disegni fantastici). Faceva sognare intere popolazioni.
Ora il progresso ci consente di accorciare i tempi tra il vissuto ed il narrato. E’ meno romantico, forse, ma a me piace così. Portarvi con me nei miei viaggi.E ultimamente nelle mie memorie…. Con la solita avvertenza…
Ho visto più di quel che ricordo….
e ricordo più di quel che ho visto….
Io viaggio per ricordare quando non sarò più in grado di farlo. Viaggio per capire che il mondo è bello e che si può cambiare sempre in meglio. Viaggio per rendermi conto che sono fortunato. Viaggio per ricordarmi che sono vivo.
Ed ora la Bonneville. Cosa c’entra una moto? Giusta domanda. C’entra.
Un’altra domanda che mi stanno facendo ultimamente, quando chi mi conosce ha saputo che avrei acquistato una Triumph Bonneville “vecchio stile”, è stata intrisa di sorpresa al non voler scegliere una moto “moderna, veloce, performante”.
Sapete perchè guido una Bonneville?
Per lo stesso motivo per cui suono una Fender Stratocaster, scatto con una Nikon F2 a pellicola, ascolto musica rock e raccolgo mappe antiche. Così come ballo in bianco e nero e vedo il mondo a colori. O perchè ho ricominciato ad ascoltare lp in vinile col rumore della polvere sulla testina del giradischi che rende la musica più vera.
Insomma, semplicemente perchè la vita mi piace così.
Antonio
PS e ora, dedico questa canzone a tutti colore che cercano, cercano, cercano qualcosa…
Sono molto felice di annunciare il vincitore del Contest “Andata e Ritorno”!
Si chiama Simone Campioni ed ha inviato due fotografie e didascalie che hanno messo d’accordo tutti.
Riteniamo che abbia benissimo interpretato un tema, l’andata ed il ritorno di un viaggio, che è apparso più difficile del previsto. Ripensandoci, sono stati bravi tutti (e sono stati davvero tanti) a sforzarsi di sintetizzare due tra i momenti più intensi di un viaggio. L’inizio e la fine, la partenza ed il rientro, l’andata ed il ritorno. Ma può essere anche una metafora della vita e delle relazioni umane, il trovarsi ed il lasciarsi, lo scontrarsi ed il rincontrarsi.
Il sogno e l’abbandono. Il saluto su una banchina e l’attesa di un messaggio.
Ed è in tal senso che il contributo di Simone Campioni ci ha colpiti. Non commento oltre e lascio a voi giudicare tra un attimo.
Intanto ringrazio tutti. Tutti quelli che si sono divertiti ad inviare le loro foto ed i racconti ed anche tutti coloro che pur non avendolo fatto hanno scritto supportando l’iniziativa.
L’appuntamento, adesso, è per il giorno 26 settembre a Roma, nei magnifici giardini di Villa Celimontana, presso la Società Geografica Italiana. Lì, al termine delle sessione delle 14:00 del Festival della Letteratura di Viaggio (dove sarò presente per discutere di Internet, blog di viaggio e nuove tendenze) premieremo Simone Campioni.
Sarà però un’occasione fantastica per vederci e conoscerti tutti. Spero di trovarvi lì.
Intanto vi lascio alle belle foto di Simone alle quali sono intimamente legate le didascalie che ha inteso realizzare.
Mi permetto, data anche la consuetudine “musicale” di questo blog, di segnalare una canzone di Ivano Fossati (già sentita su questo blog, peraltro) alla quale credo si leghi benissimo la prima didascalia.
Commenti Recenti